«Aveva scoperto una delle grandi verità della provincia: molti segreti, e per la precisione tutti i segreti veramente importanti, non si possono confidare. Perché nel paese piccolo la gente mormora e la voce corre a velocità impensabile.»
Non ricordo affatto per quale motivo mi sono sempre rifiutato di vedere il film di Cose Preziose. Poco appeal probabilmente, al pari del libro da cui è tratto e che ho più volte evitato. Ed invece, le sue 774 pagine si sono rivelate un must-have che non avrei dovuto tralasciare (un pò come IT, altra perla di King che ho recuperato solo qualche anno fa in occasione del remake al cinema).
Questo romanzo è diviso in tre parti, più un prologo e una conclusione, e all’interno i capitoli si ramificano ulteriormente in sottocapitoli. Un’organizzazione che ho sempre trovato funzionale a racconti così articolati e ricchi di intrecci.
L’inizio è quasi uno shock: attraverso un linguaggio che richiama la dimensione provinciale, King sciorina una serie di nomi, situazioni e personaggi da far girare la testa. Tuttavia, superato l’impatto iniziale (che ricorda più un sommario trascurabile che un reale incipit), si entra finalmente nel vivo della narrazione.
Leland Gaunt e la tela di Castle Rock. Al centro di tutto c’è il fascino intrinseco della piccola bottega sulla Main Street, un luogo avvolto da un’aura di mistero che lo rende irresistibile. È impossibile non sentirsi attratti dal negozio, così anticamente lontano dai dettami moderni dominati da colossi come Amazon. E poi c’è Gaunt: enigmatico, manipolatore e in grado di sfruttare con abilità ogni fragilità umana.
Il colore mutevole dei suoi occhi, il tintinnare della campanella d’argento e i pettegolezzi incessanti che serpeggiano nella cittadina creano un’atmosfera magnetica e inquietante. Gaunt è un maestro nell’intessere la sua tela, sfruttando rapporti già incrinati e giocando su equivoci e rancori latenti. “È un uomo infetto che vende cose infette”, diranno. Ma la consapevolezza di ciò non basta a fermare i suoi clienti, accecati dalla curiosità, dall’egoismo e dal desiderio di possedere le loro “cose preziose”.
Fragilità e conflitti a Castle Rock. Gli oggetti venduti da Gaunt finiscono con l’alienare i loro possessori, trasformandoli in individui ossessionati dalla paura di perderli. Questa dinamica, unita ai rancori già esistenti, contamina l’equilibrio dell’intera cittadina, fragile quanto un vetro di Carnevale. Ogni abitante ha un conto in sospeso con qualcun altro, e Gaunt è lì per sfruttare ogni conflitto a suo vantaggio, attraverso “scherzi innocenti”, equivoci e malintesi. D’altronde, il Signor Gaunt è il miglior giudice.
Non mancano i dettagli tipici del “vecchio” King: descrizioni dirette e atroci, personaggi che ami o odi con una forza incredibile. Buster, con il suo linguaggio degradante e il maltrattamento verso la moglie, è l’esempio perfetto. Al contrario, la delicatezza dell’amicizia tra Polly e Nettie o la saggezza rigida ma di buonsenso della zia Evvie danno respiro alla narrazione, ricordandoti che c’è ancora spazio per la sensibilità in mezzo al caos.
Un’escalation di tensione. Man mano che il romanzo prosegue, le tensioni aumentano. A tal proposito, c’è da fare una menzione speciale per il Capitolo 17, punto emblematico del racconto e quasi una sorta di antenato de Le nozze rosse de Il trono di spade. Un capitombolo terribile in cui la maggior parte dei nodi vengono al pettine.
Riflessioni finali. Al netto di qualche capitolo filler e di un finale che, sebbene coerente, mi è parso un pò frettoloso e cinematografico (forse figlio dei tempi in cui è stato scritto) il bilancio complessivo resta estremamente positivo. Cose preziose è una delle storie più affascinanti di King, un ritratto spietato della fragilità umana, dell’avidità e dell’ossessione, raccontato con il solito talento dell’autore e che rappresenta un must per chi ama esplorare le debolezze umane e perdersi nelle atmosfere inconfondibili di Castle Rock. Voto: 7.5/10.
Nota a margine. Vale la pena menzionare il racconto Ti prende a poco a poco, contenuto nella raccolta Incubi e deliri. King lo definisce un epilogo del romanzo, ma, a mio avviso, si tratta di un ritratto asciutto e desolante che si può tranquillamente tralasciare.